«Un libro sulla vocazione e sui sogni»: La tigre di Noto come viatico per le nuove generazioni

L’autrice Simona Lo Jacono incontra gli studenti del Liceo Megara
Dopo un lungo silenzio dettato dalle contingenze pandemiche, mercoledì 16 febbraio, presso il teatro G. Amato, una numerosa rappresentanza di studenti del liceo Megara ha avuto di nuovo il piacere di poter dialogare in presenza con la scrittrice e magistrato Simona Lo Jacono a proposito del suo ultimo lavoro, molto apprezzato dal pubblico a dalla critica, il romanzo La tigre di Noto. 
La scrittrice, con grande simpatia e disponibilità, ha dialogato con docenti e allievi della scuola che avevano precedentemente letto il testo in oggetto, rispondendo ad ogni domanda e curiosità, catturando la costante attenzione dei presenti. L’incontro è stato infatti l’esito conclusivo di un approfondito progetto di lettura e analisi del testo promosso dal Dipartimento di Lettere, con la partecipazione della referente prof.ssa Floriana Solano insieme alle colleghe Luana Barreca, Gabriella Fassari, Zaira Lipari, Nicoletta Privitera, che hanno seguito e guidato le classi III AC, III AL, III AS, III BSU e alcuni allievi della V AC, III e IV ASU. Un ringraziamento speciale va alla libreria Mondadori di Augusta, per merito della quale si è reso possibile l’evento.
Il dibattito, animato dall’alternarsi degli interventi di docenti e studenti, con la lettura di brani tratti dal romanzo delle alunne Alida Bitto e Giada La Gioia, ha toccato una molteplicità di argomenti, dalla scienza alla pedagogia, all’amore per lo studio in quanto chiave di comprensione della realtà. Sono state approfondite importanti tematiche inerenti ai percorsi trasversali di educazione civica, quali l’evoluzione storica della condizione femminile e le sue problematiche, l’impegno contro il nazifascismo e in difesa dei diritti umani del personaggio storico cui s’ispira la vicenda narrata, il valore dei libri e dell’educazione nel suo complesso a tutela della democrazia e in nome del progresso del genere umano.
Dopo i saluti introduttivi del dirigente scolastico prof. Renato Santoro, l’autrice, nella prolusione introduttiva, ha enfatizzato l’importanza della scoperta della vocazione individuale in quanto motivo di vita e radice del benessere sociale. Come insegna la tormentata vicenda biografica della scienziata siciliana Anna Maria Ciccone, su cui è modellato l’io narrante del testo, tutti dovremmo lottare per i valori di riferimento, per ciò a cui sentiamo di essere chiamati: infatti «trovare la vocazione significa trovare se stessi in relazione agli altri, mettere il proprio dono a disposizione della collettività» chiosa bene l’autrice, precisando che solo attraverso tale percorso di autocoscienza «si scopre il proprio ruolo nel mondo, il proprio progetto vitale, si scopre la propria identità».
La condizione della «marginalità dello sguardo» che segna la Ciccone dal punto di vista fisico per un vizio ortottico, si trasforma, per la bambina che si fa donna sul far del XX secolo, in un’occasione privilegiata di conoscenza del reale non limitata alle apparenze e capace di penetrare nei misteri del cosmo attraverso il linguaggio matematico. La tenace «cultrice dei desideri» sarebbe diventata la donna in grado di studiare con acume il funzionamento delle stelle (giusta l’etimologia di “desiderio” dal latino de sidera) e di lottare contro gli ostacoli di un ambiente familiare retrivo, i condizionamenti sociali mortificanti e la condizione di emarginazione di genere legata al contesto di riferimento. Aver saputo coltivare la propria spontanea inclinazione per il mistero che sottende alla vita sulla terra in ogni suo aspetto è stata la chiave di volta della geniale esistenza di Anna Maria Ciccone.
Il significato profondo delle vicissitudini biografiche sofferte dalla protagonista non si limita soltanto ad una rivendicazione legata alla condizione femminile, ma investe in generale la capacità di saper lottare per le proprie idee fuori da ogni schema, attraverso la modalità del pensiero divergente. L’abbandono della fisica tradizionale di matrice newtoniana per sostenere le trasgressive tesi relativistiche di Einstein evidenzia il talento della Ciccone per l’introspezione, la capacità di saper indagare a fondo i misteri della natura. Non importa dunque se le vicende di questa grande donna del Novecento abbiano incontrato un lungo oblio, giacché proprio il nascondimento, l’arte di restare invisibili perseguendo con indomita tenacia i propri sogni, costituiscono la cifra delle scoperte di genio, in grado di migliorare il mondo.
La tigre di Noto è un testo che investe fortemente anche la dimensione metanarrativa, essendo fondato sul forte rapporto identitario stabilitosi tra autrice e personaggio secondo le leggi della verosimiglianza, nel rispetto del contesto storico e del patto narrativo: da intendersi – secondo la scrittrice Lo Jacono- come «l’accordo segreto tra chi si approssima alla lettura e chi scrive per cui entrambi compongono insieme la storia». Come emerge dagli interventi successivi, la figura del lettore insieme a tutto ciò che gravita intorno al desiderio della lettura e dei libri rappresentano il centro propulsore del romanzo. I libri che saranno difesi con un estremo atto di coraggio della protagonista contro i nazisti sono i primi compagni di viaggio nell’avventura della Ciccone bambina alla scoperta dei segreti della scienza e la lettura dei testi desiderati il primo strumento di scoperta dell’invisibile. «Il libro fa entrare in relazione con l’altro e con le dinamiche del mondo» chiarisce Lo Jacono, precisando che «l’arte della lettura è creativa quanto la scrittura» ed è uno strumento indispensabile «per intraprendere un corretto confronto con gli altri, un corretto dinamismo relazionale».
La conclusione del dibattito approfondisce la dimensione più intima della scienziata Anna Maria Ciccone, che relega in secondo piano le gioie della vita familiare e sentimentale per seguire la scienza. Sarebbero dovuti trascorrere parecchi decenni per poter approdare al concetto di “pari opportunità” come esito naturale delle affermazioni di principio contenute nell’art. 3 della Costituzione italiana. Svantaggiata dalla dilaniante conciliazione tra lavoro e famiglia, la Ciccone ha vissuto pure il trauma infantile della privazione dell’amore materno, tutto rivolto al fratello minore malato. «I bambini non possono diventare adulti se nessuno li
ha sognati» argomenta Lo Jacono, «la stessa Ciccone non è stata sognata dalla madre» e tuttavia, nella seconda metà del romanzo, riesce infine a mettersi in gioco attraverso l’amore: la relazione con l’altro per eccellenza, la maternità, vissuta come affettuoso legame di accudimento piuttosto che in senso meramente biologico, i sentimenti che si esplicano attraverso l’insegnamento, dato che «la relazione educativa è legata all’amore, all’empatia e alla tenerezza nei confronti di chi deve apprendere».
Proprio l’amore per il sapere – conclude l’autrice- la stessa viscerale relazione instaurata da Anna Maria Ciccone con i libri, risulterà determinante nel renderla tenacemente fedele alla propria vocazione, «una donna priva di pregiudizi» in grado di opporsi ai nazisti con «una posizione ferma, decisa e irremovibile», «una scelta risultato di tante scelte precedenti che si traduce in una scelta di responsabilità».





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